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Descrizione del Territorio
CASOLA VAL SENIO

Il Cardello


Abbbazia di Casola Valsenio


Rocca di Monte Battaglia
(Abitanti: 3.300 - Altitudine: 195 mt. slm)

Molteplici ritrovamenti archeologici testimoniano la presenza di insediamenti o di stazionamenti etruschi e gallici nelle zone più fertili del fondo valle. La fondazione dell'Abbazia di Valsenio da parte dei monaci benedettini determinò, alla fine del primo millennio, un ampliamento dei terreni lavorati e l'introduzione di nuove colture. A poco a poco l'Abbazia estese la sua influenza su tutta la media valle del Senio. Con l'aumento del reddito e del complesso fondiario i monaci smisero di attendere personalmente all'agricoltura sostituiti dalle famiglie coloniche e determinando un assetto economico e sociale i cui effetti si sono ripercossi fino alla metà di questo secolo con il sistema di conduzione di tipo mezzadrile.
All'inizio del II millennio il formarsi di numerosi, se pur piccoli, castelli con una propria autonomia determina il frazionamento del territorio in tante piccole comunità rette su di una economia di tipo curtense. Emergono in questo periodo le famiglie che governano il castello e dal quale prendono anche il nome: i Baffadi, i Campalmonte e, tra altri, i Pagani dai quali discenderà Maghinardo il quale lasciò la sua impronta nella vita politica e nelle attività militari della Romagna del XIII secolo. Nel 1216, nel corso di una contesa tra Imola e Faenza per la supremazia sulla valle del Senio, quest'ultima distrusse il castello di Casola. Gli scampati edificarono un borgo, un poco più in basso, tra il fiume ed il colle, al quale, inizialmente, diedero il nome di Casola e, quindi, di Casola Valsenio. Il borgo si ingrandì sviluppando le arti e la mercatura malgrado venisse coinvolto ripetutamente nella contesa tra guelfi e ghibellini e fosse oggetto di innumerevoli scorrerie non avendo la protezione delle mura. Nel 1424, insieme alle località vicine, la borgata, giurò fedeltà al Duca di Milano Filippo Maria Visconti, per passare poi di nuovo ai Manfredi di Faenza e, in seguito, ai Signori di Imola Girolamo Riario e Caterina Sforza, infine al Duca Valentino Cesare Borgia. Nel sec. XV emerge per ricchezza e potenza la famiglia dei Ceronesi i quali, nel 1523 sconfiggono le truppe imolesi in un memorabile scontro ricordato come "la battaglia delle botti" che furono ruzzolate piene di sassi sui nemici attaccanti il castello di Ceruno. L'arbitrarietà, la superbia e la sete di potere della consorteria ceronese mise in subbuglio tutta la Romagna. Per mettere a tacere tutte le suppliche e gli appelli, nel 1563, il granduca di Toscana Cosimo de Medici e il Papa Pio IV fecero convergere nella valle del Senio oltre 5000 uomini distruggendo uomini o cose che appartenessero o fossero legate ai Ceronesi. Il paese lentamente riprese a vivere sotto la tutela delle città d'Imola fino a diventare sede di governatorato anche con giurisdizione su paesi della valle del Santerno. Dopo il 1860 Casola è un discreto centro commerciale per l'abbondante produzione di cereali, uve, castagne, legname e carbone. Nel 1944 il territorio casolano è teatro di scontri sanguinosi tra i reparti partigiani della XXXVI Brigata Garibaldi, le truppe della V Armata statunitense e della VIII Armata britannica da una parte e i nazifascisti dall'altra: a Monte Pianaccino l'11 settembre i partigiani sconfiggono e mettono in fuga i tedeschi; a Monte Cece i fucilieri britannici riescono ad avere ragione della tenace difesa attuata dai soldati della Wehrmacht; a Monte battaglia lo scontro si protrae dal 26 settembre all'11 ottobre coinvolgendo, contro i tedeschi, prima i partigiani pi gli americani e, infine, gli inglesi in una battaglia che fece ricordare l'altura su cui si svolse come la "piccola Cassino". La permanenza del fronte per 5 mesi sulla linea del Senio determinò perdite gravissime sia nella popolazione sia nell'economia casolana, perdite che resero poi ardua la ricostruzione nel dopoguerra.
La compenetrazione tra monte contadino e formazioni partigiane realizzatasi nel corso dell'estate del 1944 si rivelò un avvenimento di una importanza mai verificatasi dal punto di vista sociale, politico ed economico. Il contatto con le idee, con i metodi di lotta, con la fede politica dei partigiani, molti dei quali studenti ed operai della bassa, determinò la spaccatura nel mondo contadino da sempre refrattario a percepire sollecitazioni provenienti dall'esterno, regolato fino allora da istituti e patti centenari.

Il Cardello
Il singolare edificio in cui Alfredo Oriani (1852 - 1909) trascorse quasi intera la vita e scrisse tutte le opere, sorge in uno dei tratti pittoreschi della valle del Senio. Si ignora l'epoca in cui fu edificato, ma sappiamo che costituì per un lungo periodo la foresteria dell'abbazia di Valsenio, risalente forse al sec. XI (attestata comunque dal 1126). E' verosimile che il Cardello, nella sua originaria struttura romanica, sia di poco posteriore all'abbazia. E' invece documentato che nel 1419 esso fu concesso in affitto, con le terre adiacenti, per quindici anni. Numerosi contratti di vendita e di enfiteusi e di vendita si susseguirono dal sec. XV al sec. XIX, quando il 26 settembre 1855, Luigi Oriani, padre di Alfredo, acquistò la tenuta e la villa, che divenne la dimora stabile degli Oriani.
L'aspetto attuale dell'edificio risale al 1926.
Resta comunque il fatto che la mole del Cardello, pur nel suo ormai sedimentato intreccio di romanico autentico e di finto antico, costituisce un monumento di indubbio interesse, la cui austera suggestione è accentuata dalla stupenda cornice del parco.
L'interno del Cardello costituisce un raro esempio di abitazione signorile romagnola ed è caratterizzato da una notevole coerenza fra struttura architettonica ed arredamento. La severità dell'insieme conferisce una sostanziale unità di stile al complesso di armadi, madie, letti, suppellettile varia. Non si può tuttavia non menzionare almeno la cucina, che ha pochi riscontri in Romagna, la loggia del primo piano, lo studiolo di Alfredo Oriani e la cameretta di stile monastico in cui egli morì il 18 ottobre 1909.

Il Parco
L'estrema varietà, la lussureggiante bellezza, l'ammirevole stato di conservazione in cui il parco si presenta oggi sono il risultato di decenni di cure della famiglia Oriani. Se si prescinde, infatti, dal pluricentenario cipresso che, pur mutilato da un fulmine, costituisce ormai parte integrante del Cardello, quasi un simbolo, con la vicina torre, della scontrosa fierezza di Alfredo Oriani, le sue trentamila piante sono il prodotto di un amorevole e intelligente lavoro. Va riconosciuto particolarmente alla signora Luisa Pifferi Oriani il merito di aver portato il parco al livello attuale e di aver ottenuto, da parte del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, la "Dichiarazione di notevole interesse pubblico"

Abbazia di Valsenio
L'abbazia, ubicata a circa 1 Km dal centro del Comune sulla statale in direzione Riolo Terme, anche se qualcuno sostiene che fosse la sede di un monastero del VI secolo, è sorta, per opera dei monaci Benedettini, probabilmente intorno all'XI Secolo. Tra i documenti rinvenuti, quelli più antichi, che fra l'altro ne attribuiscono la giurisdizione al Vescovo di Imola, risalgono al XII Secolo. L'insediamento dei monaci benedettini segnò l'inizio di un notevole sviluppo economico nella zona, con l'introduzione di nuove colture (olivo) e creò la base di una struttura sociale sopravvissuta per molto tempo dopo il loro allontanamento dall'abbazia; in seguito ai monaci si sostituirono le famiglie coloniche nella coltivazione della terra e l'abbazia passò sotto il dominio di varie famiglie nobili bolognesi: i Calderini, i Ghisilieri (XVIII secolo) e infine, dall'inizio dell'Ottocento, i Costa di Valsenio.
E' stata ristrutturata per l'ultima volta nel 1949 dopo i danni subiti durante la seconda guerra mondiale e, proprio in quell'occasione, ricomparvero le linee della costruzione primitiva che non poté, tuttavia, essere ripristinata per i troppi interventi subiti. La chiesa ha tre navate, un'abside semicircolare ornata da una cornice di piccoli archi e la facciata in stile romanico; all'interno si conservano una pietà di terracotta in stile bizantino e una statua di S. Francesco opera di scultori faentini (Ballanti e Graziani).

Il Giardino Officinale di Casola Valsenio
E' il più importante in Europa per numero di piante coltivate ed estensione, nasce nel 1938 ad opera del Prof. Augusto Rinaldi Ceroni, allora direttore della locale scuola di avviamento professionale di tipo agrario, che ottenne dalle autorità scolastiche il permesso di utilizzare il piccolo appezzamento di terreno adiacente alla scuola come campo sperimentale di piante officinali. Egli portò avanti per circa 40 anni la sua sperimentazione convincendo sempre più gli esperti del settore sulle possibilità reali di coltivazione negli ambienti collinari e montani delle specie officinali, capaci di riconvertire i terreni abbandonati o di sostituire con maggior resa economica i terreni coltivati a foraggi o cereali.
Agli inizi degli anni settanta sulla scia di una rinnovata fiducia nelle proprietà e nelle prospettive economiche delle piante officinali, l'Azienda Regionale delle Foreste incaricò il prof. Rinaldi Ceroni, che all'epoca si accingeva a lasciare la scuola per motivi di età, a realizzare un Giardino Officinale a circa un chilometro dal paese, dove trasportare le piante che si trovavano nel campo adiacente alla scuola. Il Giardino Officinale fu inaugurato nel 1975 e nei suoi vent'anni e oltre di attività è stato meta di decine di migliaia di visitatori: studenti operatori del settore erboristico, associazioni naturalistiche, studiosi e docenti italiani e stranieri e coltivatori.
In questo Giardino sono stati fatti studi sul miglioramento genetico di specie officinali: si sono moltiplicate in vitro per la prima volta la santoreggia la salvia, il timo e la camomilla romana; è stato pure isolato un ibrido di lavanda: l'"R.C."; si sono introdotte nuove tecniche di coltivazione e sono state evidenziate zone riserva piante da consolidamento per opera del prof. Corbetta, alla bottinatura delle api, alla floricoltura officinale all'aromatizzazione, ecc. Attualmente il Giardino occupa circa 4 ettari di terreno con più di 400 specie di piante delle quali almeno 200 vengono annualmente coltivate.
Le piante aromatiche del Giardino rappresentano una realtà positiva in quanto la loro conoscenza e diffusione contribuisce al benessere dell'uomo. Aromi, profumi, sapori ci indicano, attraverso un uso sapiente nella gastronomia una proposta di vita sana e longeva.
Nel 1991 si è realizzato, nella ristrutturazione del Giardino, un gradone nel quale trova posto una numerosa quantità di piante, come l'erba cipollina simbolo della ristorazione, l'estragone o dragoncello simbolo della salute e della fitoterapia, la pimpinella simbolo del buon umore. In botanica, comunque, non esiste la parola erbaccia: anche le erbe più comuni, non nobilitate da esotici natali, hanno numerose e preziose qualità. Al giardino delle Erbe di Casola tutte le piante sono coltivate con la stessa cura: un piccolo paradiso di profumi e colori in cui la lavanda è la vera protagonista. Ce ne sono di 14 specie diverse, di cui tre selezionate proprio nel Giardino Officinale.

I dintorni

Rocca di Monte Battaglia
Il toponimo Monte Battaglia o Monte de Batalla e Montis Battaglie, come veniva indicato nel MedioEvo, ha origini incerte.
Alcuni studiosi si rifanno ad una grande battaglia, forse combattuta nei pressi di questa altura tra Goti e Bizantini verso la metà del primo millennio.
Monte de Batalla appare per la prima volta in un documento del 1154 e per alcuni secoli fu un importante centro del contado imolese. Nel 1390 il Senato Bolognese decretò la distruzione della rocca di Monte Battaglia perché "costa al comun de Bologna più denari che non pesava", affidando l'incarico a Ugolino di Boccadiferro con 500 guastatori. Due anni dopo la rocca fu rimessa in sesto dagli Alidosi e dopo alterne vicende passò a Guidantonio Manfredi di Faenza .
Nel corso del XVI secolo le opere fortificate furono superate dalla evoluzione della tecnica militare ed anche monte battaglia perse importanza e prestigio tanto che nel 1601 la città di imola non trovò nessuno disposto ad assumere la carica di castellano. dopo un breve eremitaggio francescano, nel 1640 gli imolesi imposero a casola valsenio, nel cui territorio si trova la rocca, di tenervi una guardia armata. ma i casolani, per esimersi da quel peso, riuscirono a strappare il permesso di demolire le fortificazioni e di abbandonare la rocca che rimase alla mercé di chiunque, benché un bando del 1757 vietasse di "portar via pletre, frammenti, ed altro della detta rocca, o sia torre".
Dopo l'unità d'Italia la rocca divenne rifugio di briganti, in genere ex contrabbandieri, che avevano operato tra Stato pontificio e Granducato di Toscana ed alla fine del secolo venne occupata da una famiglia di mezzadri che utilizzò alcuni vani tra la torre e le mura sul lato sud - est. A questa succedette un'altra famiglia contadina che l'abbandonò definitivamente nel 1942.
Il 27 settembre 1944, un battaglione partigiano della 36^ Brigata "Garibaldi", che operava nell'Appennino imolese-faentino, occupò Monte Battaglia e nel pomeriggio vi guidò i soldati del 350° Rgt. della 88^ Divisione statunitense, impegnata nello sfondamento della Linea Gotica seguendo da sud verso nord lo spartiacque tra il Senio e il Santerno.
Seguirono anni di abbandono fino al 1973 quando la Pro Loco di Casola Valsenio, richiamò l'attenzione sulla necessità della salvaguardia della torre restituendole l'immagine di maschio di una rocca medievale. Dieci anni dopo, il Comune di Casola Valsenio, a cui era stata ceduta l'area della rocca, avviò il recupero con una preventiva campagna di scavi archeologici che riportò alla luce materiali del XV e XVI secolo. Tra l'altro furono rinvenuti piatti e brocche di maiolica graffita, pentole invetriate, punte di lancia e di balestra e non poche monete false, tanto da ipotizzare la presenza di una zecca clandestina tra il 1510 e il 1530, quando la rocca fu temporaneamente abbandonata.
Nel 1985 iniziarono i lavori di restauro sotto la direzione dell'Architetto Claudio Piersanti (autore del progetto di recupero e di sistemazione urbanistica insieme alla collega Rita Rava) che nel corso di due anni permisero la ricostruzione dei solai in legno della torre, la ricucitura delle parti murarie malmesse e il consolidamento del recinto murario.
Nello stesso momento in cui si recuperava l'aspetto di Monte Battaglia come sito medievale, si volle anche ricordare la sua importanza nel corso della seconda guerra mondiale con un monumento alla Resistenza, alla Liberazione e alla pace tra i popoli.
Il complesso architettonico monumentale è visitabile tutto l'anno, mentre l'interno della torre è aperto al pubblico il pomeriggio dei giorni festivi da aprile a settembre.

La Vena del Gesso
la Vena del Gesso è sicuramente la perla naturalisticae della zona. Lunga una quindicina di km e larga un paio, la Vena del Gesso è la più grande catena di gesso selenitico d'Europa, anche se supera di poco i 500 metri di altezza.
Quando oltre cinque milioni di anni fa lo stretto di Gibilterra venne chiuso dai movimenti delle zolle tettoniche, tutta l'acqua del Mediterraneo evaporò, privata dall'apporto dell'Atlantico, e depositò strati di gesso, marne e sali che vennero poi spinte in superficie.
Questo fenomeno interessò tutta la dorsale appenninica dal Piemonte alla Sicilia, ma solo nelle nostre zone la vena è emersa tanto nettamente dal sottosuolo.
Il lato meridionale di questo blocco di strati risulta adesso quasi verticale e costituisce una sorta di muraglia pressoché continua che si estende dal Sillaro al Lamone.