Descrizione del Territorio
GALEATA

La Torre Civica

Chiesa del Pantano

L'Urna di S. Ellero

Chiave votiva romana

Iscrizione musiva rinvenuta in una pavimentazione dell'impianto termale di Mevaníola, ca. 50 a.C. (Museo Mambrini)
(Abitanti: 2.240 - Altitudine: 234 mt. slm)
Galeata sorge su un terrazzo fluviale, al centro di una conca sovrastata da una rupe alta e suggestiva. Qui la presenza umana risale alla preistoria, ma è probabile che i primi insediamenti siano avvenuti in seguito al movimento degli umbri, che tra VI e IV secolo a.C., pressati dai Galli Boi, si ritirarono sulle colline. Da questi spostamenti potrebbe essere nata Mevaníola, caduta poi in mano ai Romani (266 a.C.) e travolta dal crollo dell'Impero Romano d'Occidente. In seguito alla scomparsa di Mevaníola il nucleo urbano si è spostato più a valle, nel luogo dove sorge attualmente Galeata. Verso la fine del V secolo si colloca tradizionalmente l'insediamento delle due opposte comunità emblematicamente rappresentate dall'eremita Ellero e del re Teodorico. Sono gli anni della nascita e della potenza dell'abbazia fondata dal Santo Abate e soggetta alla Chiesa Ravennate e alla sfera di influenza di Firenze mentre, più a valle, prende corpo il burgus Galliatae.
All'inizio del '400 il Comune di Galeata entra a far parte della Signoria Fiorentina rimanendo all'interno del Granducato di Toscana fino al 1859. Galeata non sfugge alle contese tra i Medici e i Visconti di Milano per il controllo della Romagna, ma la vera tragedia avviene nel 1527, con la distruzione del paese ad opera dei Lanzichenecchi. Nel 1775 il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo accorpa i piccoli comuni della zona in un'unica amministrazione ubicata a Galeata. Esaurita l'esperienza francese (1796-1814), che vede la creazione delle comunità di Galeata e di S.Sofia, e successivamente del comune autonomo di S.Sofia, il territorio galeatese torna sotto la giurisdizione granducale. Anche Galeata diventa forlivese nel 1923 con la ridisegnazione dei confini fra Romagna e Toscana.
Chiesa di S.Pietro in Bosco
(Piazza Palareti - Visitabile - tel 0543-981655)
Collocata nel centro vitale del paese conserva tracce della sua originaria struttura paleocristiana. Le sue origini risalgono infatti al IV secolo ma dopo il terremoto del 1080 venne ricostruita in stile romanico e riconsacrata il 3 agosto 1180. L'avvenimento è ricordato in una lapide in cui si legge: "Dio Massimo. L'anno 1180 nell'indizione tredicesima al tempo di Alessandro papa III, di Federico imperatore (Barbarossa) fu consacrata questa Chiesa da Gherardo, Arcivescovo di Ravenna al tempo di Giovanni, abate di S.Ellero". L'epigrafe è collocata sulla facciata esterna, sul lato sinistro della porta della chiesa. La chiesa attuale con transetto absidale è in stile neogotico ricostruita agli inizi del 1900. L'interno è costituito da una unica navata, su cui si affacciano pregevoli altari in stile rinascimentale composito.
All'interno: Madonna col Bambino e i Santi, olio su tela, di scuola toscana del XVII secolo.
Annunciazione, olio su tela, di scuola toscana del XVII secolo.
Teatro Comunale
(Via Cenni - Visitabile - tel 0543/981055 o 975400)
Edificio dalle sobrie linee neoclassiche, è inserito, come molti altri, in quella parte di centro storico sventrata e poi riprogettata a partire dal 1880. Il luogo degli spettacoli, tuttavia, realizzato nell'ala sinistra dell'edificio delle scuole elementari aperto a sua volta lungo via Cenni nel 1904, fu inaugurato solo nel 1929.
Torre civica
(Via Zanetti)
Addossata al Palazzo del Podestà, la possente costruzione, punto di riferimento per chi osservi la città da lontano, fu abbattuta nel 1636, poichè per le sue condizioni minacciava di crollare, e completamente ricostruita sin dalle fondazioni. La torre culmina con un orologio, del quale si ha menzione sin dal 1613. La cella campanaria, a quattro grandi aperture centinate, è sormontata da una cupola a bulbo ricoperta da lastre disposte a squama di pesce.
Museo archeologico - Palazzo del Podestà
(via Zanetti - Visitabile - tel 0543-981648)
Sede, all'inizio del XV sec., della podesteria di Galeata (creata dalla Repubblica FIorentina) comprendeva diciannove comunelli minori. Ricostruito nel 1636, per sanare i danni inferti dal terremoto del 1584, custodisce oggi il Museo Archeologico ricco di reperti di grandissimo pregio. Sistemato dal Comune nel 1978 deve la sua spinta iniziale alla donazione effettuata da monsignor Domenico Mambrini (a cui è intitolato), storico ed archeologo galeatese, che alla sua morte, 1 dicembre 1944, lasciò alla città la sua importante raccolta archeologica, artistica e libraria, i suoi studi e i suoi libri. Sistemato su due piani, conta sette sale, un androne e un cortile. Nell'ingresso trovano spazio numerosi reperti che vanno dal VI al XII secolo, provenienti in prevalenza dall'Abbazia di S.Ellero. Nella sala A sono conservate sculture dell'Alto Medioevo; nella sala B si trovano iscrizioni romane; nella sala C sono sistemati reperti preistorici romani e preromani; nella sala D si possono vedere balsamari in vetro, lucerniere in cotto, elementi decorativi in cotto e marmo; la sala E ospita la sezione numismatica romana i cui più antichi reperti risalgono al 268 a.C.. Nel cortile sono conservati pezzi romani, altomedievali e posteriori. Lungo la scala che porta al piano superiore sono esposti dipinti e diverse didascalie di interesse storico. Al piano superiore la sala F è un ampio salone che accoglie alcuni dipinti, e mobili di rilievo; la sala G contiene la Biblioteca del Museo Civico, monete medievali e moderne, affreschi, armi varie. Da questa sala una scaletta a chiocciola porta al sottotetto dov'è sistemato l'Archivio Storico della Podesteria di Galeata. I documenti vanno dal 1500 al 1945.
Frai i ritrovamenti più importanti costuditi all'interno del museo potrete ammirare:
Bassorilievo con S.Ellero e Teodorico
Il rilievo in marmo greco riporta lo storico incontro-scontro avvenuto dopo il 502 (ma la data è materia di contenzioso tra gli studiosi) tra il re goto e l'abate, risoltosi in favore di quest'ultimo cui il sovrano concesse di allargare e consolidare il potere temporale dell'abbazia da lui fondata. Il re è raffigurato inchiodato sull'arcione poco prima che, come racconta la "Vita Hilari", il santo intervenisse per liberare cavallo e cavaliere dall'incomoda posizione nella quale erano rimasti inspiegabilmente bloccati nei pressi del recinto del monastero.
La lastra dell'abate è riconducibile all'inizio del VIII secolo, mentre quella del re è databile al XII.
Nel retro delle due lastre si trova inciso un'iscrizione in memoria dell'evento riconducibile a sua volta al XIII secolo.
Il celebre rilievo era collocato precedentemente nel luogo stesso dove si dice sia avvenuto lo storico incontro a 200 metri dall'Abazia.
Chiave votiva romana
Risale al I secolo d.C., ed è stata ritrovata nell'area di Mevaníola, simboleggiava il potere della città. Pezzo di straordinaria importanza, ha solo un altro esempio fra i ritrovamenti di età romana in Italia.
Stele di Rubria Tertulla
Lastra in marmo, II secolo d.C., trovata nella necropoli di Mevaníola. Ricorda una giovane morta a 20 anni, alla base vi è inciso un carme in cui si ricorda l'origine forlivese della giovane e sono valorizzati i legami familiari.
Bronzetto equestre
Proviene dall'area del palazzo di caccia di Teodorico e risale al VII secolo a.C.
Iside con Horus
Opera in bronzo risalente al IV secolo a.C., è un idolo egiziano rappresentante Iside con in braccio Horus.
I dintorni
Chiesa del Pantano
(A 3 chilometri dall'abitato in località Pantano. Prendere la Strada Provinciale n°24 in direzione Passo delle Cento Forche e Premilcuore e alla biforcazione prendere a destra in direzione Pantano - Visitabile su richiesta - tel 0543-981655)
Collocata in una verde e fertile pianura risale alla fine del IX secolo ed è stata costruita in perfetto stile romanico.
Dell'epoca rimane il suo pregevole portale con capitelli a foglie di acanto accartocciate.
La chiesa, erede di un convento di agostiniana memoria, venne consacrata il 23 dicembre 1295, ma il convento doveva essere ben più antico se gli anziani di Galeata nel 1654, levando un coro di proteste alla ventilata minaccia di soppressione, affermavano che contava 800 anni.
Il convento fu distrutto dal terremoto del 1661 e soppresso nel 1700. In epoca recente sulle pareti della Chiesa del Pantano sono stati rinvenuti pregevoli affreschi databili tra XIV e XV secolo, poi staccati ed esposti nel Museo Civico.
Allinterno: Madonna dell'umiltà, Affresco, con influssi giotteschi di anonimo romagnolo, dell'inizio del XIV secolo.
Dalla Chiesa del Pantano è stato trasferito nel Museo Civico Mambrini Madonna in trono con Bambino, Affresco, attribuito alla scuola del Ghirlandaio, strappato da uno dei muri della Chiesa è oggi al Museo Mambrini.
Cippo che indica il Palazzo di Teodorico
(Podere La Poderina-Saetta, via Pantano, mezzo chilometro prima della chiesa)
E' l'unico elemento che testimonia l'insediamento, sul posto, del cosiddetto Palazzo di Teodorico. Intorno al 500 d.C, il re dei goti, insediatosi a Ravenna, si recò con i suoi esperti nella zona per restaurare l'antico acquedotto traianeo, forse attratto dai boschi e dalla selvaggina, decise di farsi costruire un palazzo di caccia, di cui sono state ritrovate le fondazioni. Gli scavi del palazzo si devono alla Sovrintendenza Archeologica di Bologna a Siegfried Fuchs, direttore dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma che nel 1942 avvio gli scavi nei poderi la Poderina-Saetta. Si tratta di un rinvenimento importante in quanto assai rare sono le testimonianze che i goti lasciarono sul territorio.
Abbazia di S.Ellero
(A tre chilometri dall'abitato di Galeata imboccando la strada alla fine di via Togliatti - Visitabile la domenica, e tutti i giorni nel mese di maggio - Per altri orari tel 0543-981737 oppure 0543-981655)
Faro di vita religiosa e culturale, monumento di storia e vicende umane fu uno dei primissimi Monasteri d'Occidente e fulcro della vita sociale della Valle del Bidente. Costruita poco dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente ad opera del giovanissimo eremita Hilarius, per la sua edificazione furono utilizzati i materiali provenienti dall'antica Mevaníola collocata poco più in basso e il cui ciclo vitale si era concluso a causa del tempo e delle incursioni barbariche. Sebbene di minori dimensioni la Chiesa di S.Ellero non ebbe nulla da invidiare alle superbe chiese ravennati del tempo e con l'accrescere della potenza temporale del Papato anche la "Massa Sancti Hilari" acquisì notevole importanza ed ebbe una vasta giurisdizione territoriale, con ordinamenti propri ed anche truppe e castelli. Il sistema difensivo dell'Abbazia era costituito da tre rocche: quella di S.Sofia, quella di Civitella e il possente castello di Pianetto. Gli abati di S.Ellero si dedicarono alla preghiera, allo studio ed alle opere di pace, ma anche alle imprese militari e parteciparono alle vicende politiche della Romagna. Frequentemente contrapposti alla Chiesa ravennate per le mire costanti di quest'ultima nei confronti dei territori abbaziali, furono ad essa assoggettati il 6 ottobre 1288, per iniziativa di papa Nicolò IV. Il 30 aprile 1279 del resto, un violento terremoto aveva distrutto il monastero, che era poi risorto, ma non più nella splendente bellezza di un tempo. Dal 1404 infatti l'Abbazia iniziò ad essere governata da alcuni abati attraverso i propri vicari e l'11 marzo 1438, su istanza dell'allora priore generale di Camaldoli Ambrogio Traversari, papa Eugenio IV consegnò l'Abbazia ai Camaldolesi. Tuttavia nel 1496, dopo il ritrovamento fortuito delle reliquie del Santo Abate la decadente chiesa abbaziale fu rifabbricata e furono indette solennissime feste. Nel 1520 all'abbazia galeatese fu associata quella di S.Maria in Cosmedin di Isola e per altri 200 anni fu al centro di importanti vicissitudini, fino a quando, nel 1785, entrò a far parte del Granducato di Toscana. Il granduca Pietro Leopoldo, infatti, propose ed ottenne la soppressione del "Nullius" con bolla di papa Pio VI il 23 marzo 1785. Le parrocchie dell'abbazia passarono in parte alla Diocesi di Bertinoro e in prevalenza a quelle di S. Sepolcro i cui vescovi assunsero il titolo di grandi abati perpetui di S.Ellero.
L'attuale conformazione della chiesa, per quanto modificata più volte sia internamente che esternamente, può essere considerata originaria. Sono di certo antecedenti al Mille la due porticciuole laterali, il rudere della torre collocato sul lato sinistro (forse un campanile o una torre di difesa) e la stessa facciata. Del monastero vero e proprio e del chiostro non restano che vaghe tracce. Originariamente fu certamente di stile bizantino, venne poi ricostruita tra X e XI secolo secondo le forme della predominante arte romanica, mentre nel XVIII secolo buona parte dell'interno fu adattata al gusto barocco del tempo. Il ripristino del millenario monumento galeatese, nel rispetto delle sue parti originarie, è stato nuovamente attuato negli anni '50.
L'urna di S.Ellero
Collocata nella cripta, sotto il presbiterio, è costituita da un blocco calcareo risalente al periodo carolingio (VII e VIII secolo).
Le reliquie del santo vi furono collocate in periodo successivo essendo state rinvenute fortuitamente dopo che erano rimaste sepolte nei crolli dei vari terremoti che tormentarono la zona. Dietro all'urna funeraria è collocata la piccola cella di S.Ellero, meta di continui pellegrinaggi.
" Il buco"
Posto sulla volta della cripta, secondo la tradizione popolare, grazie all'influsso taumaturgico del santo, farebbe passare il mal di testa a chiunque vi introduca il capo e si porga alla benedizione di S.Ellero.
S.Ellero
Hilario, denominato Ilario a Lugo e chiamato qui Ellero, nato in Tuscia nel 476 d.C., giunse a Galeata giovanissimo (secondo la tradizione agiografica attraversò gli Appennini ad appena 12 anni) e scelse come dimora e luogo di meditazione eremitica l'eremo sul monte che fronteggia la rupe dalla sponda sinistra del Bidente. Raccolto intorno a sè un gruppo di confratelli, nel 497 d.C. iniziò con essi a costruire l'abbazia che porterà il suo nome e che diventerà così importante da avere sotto la sua giurisdizione 40 parrocchie disseminate nell'Appennino.
Ellero morì presso il cenobio da lui fondato il 15 maggio 558 all'età di 82 anni. Al santo abate, a cui la fede popolare attribuisce poteri taumaturgici contro il mal di testa e il mal di schiena, i galeatesi hanno dedicato il mese di maggio, nel corso del quale si svolgono feste e celebrazioni religiose.
Via Crucis per S.Ellero
(Lunga 2 chilometri, si imbocca a monte del vecchio campo sportivo)
E' il più antico percorso per arrivare all'Abbazia di S.Ellero alla quale si giunge lungo il pendio attraverso una serie di tornanti.
Adornata dall'inizio del secolo, per iniziativa delle facoltose famiglie galeatesi dell'epoca, delle tradizionale cellette della Via Crucis all'interno delle quali furono posti quadretti di ceramica policroma, divenne sempre più un percorso liturgico.
Solo alcune delle cellette, tuttavia, sono conservate nelle forma originaria, le altre necessitano di restauri.
Transitando lungo la mulattiera, in prossimità dell'Abbazia si trova la colonnina che ricorda il luogo d'incontro tra il Santo e Teodorico.
Dall'VIII stazione si gode una suggestiva vista panoramica verso Galeata e Pianetto.
Borgo Pianetto
(A 1 chilometro da Galeata in direzione S.Sofia)
Piccolo paese sviluppatosi in epoca medievale lungo l'antica strada castellare è posto sul declivio del monte e fino agli anni '20 costituì l'unico percorso di viabilità pedemontana in direzione nord-sud. L'insediamento urbano è costituito prevalentemente da una edilizia sei-settecentesca. Con l'apertura della via Bidentina ha assunto un aspetto quieto e raccolto attorno al rinascimentale complesso claustrale.
Chiesa di S.Maria dei Miracoli
(Via Borgo Pianetto - Visitabile - tel 0543-981519 oppure 981655)
Fu edificata nel 1497, in seguito al pianto miracoloso di un'immagine della Vergine, su decreto di erezione del camaldolese Sebastiano Fabbri abate di S.Ellero e Vescovo di Melitene.
La facciata, oggetto insieme alla chiesa di un restauro conservativo avvenuto nel 1994, si presenta secondo sobrie linee compositive di chiara impronta rinascimentale. La parte inferiore della facciata della chiesa riporta numerose scritte incise sulla pietra, tra esse emerge quella che ricorda il passaggio del Borbone e dei Lanzichenecchi nel 1527, situata a sinistra del portale. All'interno la chiesa si presenta ad una sola navata, larga 9 metri ed alta 10. Su ambo i lati sono collocate cinque edicole realizzate in arenaria grigio-verde contenenti ciascuna una pala d'altare collegata all'iconografia mariana. L'abside è esagonale e si stacca dalla navata con due pilastri culminanti in due capitelli di rara bellezza su cui poggia l'arco trionfale circolare nel cui intradosso sono scolpiti raffinati rosoni. Tutte le parti dell'abside sono scolpite in pietra serena.
All'interno sono costuditi pregievoli opere come:
Madonna in trono con il Bambino e i Santi
Tavoletta votiva collocabile tra XIV e XV secolo proveniente dalla casa di Cione di Francesco ubicata un tempo dove sorge oggi la Chiesa di S.Maria dei Miracoli. Raffigura al centro la S.S.Vergine con il Bambino in trono con al lato destro Santa Caterina d'Alessandria, San Giovanni Battista e San Pietro Apostolo; a sinistra sono Sant'Antonio Abate e San Bartolomeo.
Al dipinto è legato il fatto miracoloso che diede impulso alla costruzione della chiesa: il pianto della Vergine avvenuto il 5 agosto 1497, avvenimento che diede avvio a grandi manifestazioni di devozione.
La venerazione continua ancora oggi con una festa che ricorre l'8 settembre.
La tavoletta, opera di un modesto artista locale, è collocata nel tempietto votivo del 1534 dedicato alla Madonna. Il tempietto, solenne e maestoso sorge nella parte centrale della navata su quattro colonne con capitelli corinzi. Fu fatto decorare nel 1748 da due coniugi miracolosamente guariti dalla lebbra.
Visitazione, olio su tela, dipinto dal pittore fiammimgo Giovanni Stradano nel 1599.
Opera di grande valore rende merito alla fama dell'artista.
Si tratta di un dipinto singolare nel quale lo Stradano ha mostrato la Madonna ed Elisabetta ambedue incinte, unico esempio del genere oltre alla Madonna del Parto di Piero della Francesca.
Il quadro fu commissionato da un sacerdote originario di Pianetto mentre era pievano in un paese vicino a Siena per donarlo al suo paese d'origine.
L'Annunciazione e i Santi, Affresco, (altare della famiglia Angeloni di Galeata, 1542) dipinto da un anonimo toscano del 1527, mediato da influssi marchigiani e scoperto nel 1714 sotto un quadro andato distrutto. L'affresco raffigura S.Giovanni Battista al centro tra i Santi Caterina a sinistra e S.Antonio Abate a destra. L'Annunciazione è posta sulla lunetta a coronamento dell'affresco. E al centro della predella è raffigurata la decollazione del Battista. Gli inserimenti dei personaggi nell'affresco rendono di fatto mariana tutta la composizione che si origina dall'Annuncio per essere conclamata dal Battista, il quale per aver annunciato questo mistero subisce il martirio.
Deposizione dalla Croce, Affresco anonimo del XVI secolo, ambito toscano mediato da influssi marchigiani.
S.Giuseppe da Copertino, olio su tela dell'artista bolognese G. Ghedini, 1759.
S.S. Agostino, Bonaventura e Chiara, olio su tela, di scuola emiliana del pittore bolognese G.Ghedini, XVIII secolo.
Crocifissione, olio su tela, di anonimo del XVIII secolo, ambito emiliano.
Assunzione della Vergine, olio su tela, 1596, realizzato dal pittore romagnolo M. Confortini.
Nascita della Vergine, Affresco, dipinto da un anonimo del XVI secolo scoperto nel 1931 sotto l'affresco raffigurante S.Antonio e la Vergine.
Convento dei Frati Minori Conventuali
(Via Borgo Pianetto - Visitabile solo il chiostro - Tel 0543-985025)
Addossato alla Chiesa di S.Maria dei Miracoli fu costruito nel 1497 insieme ad essa. Edificio assai vasto composto da due ordini di vani sovrapposti, è stata recentemente restaurato. Presso Pianetto si insegnò teologia per i chierici della diocesi nullius ilariana. Dalle cronache (1573) apprendiamo che fu abitato da monaci irrequieti e, come testimoniano alcuni rimproveri scritti, anche poco ben visti dalla popolazione. I conventuali pianettesi vivevano di elemosine e di modeste rendite e lasciarono il monastero il 28 ottobre del 1803 in seguito al decreto di soppressione emanato da Pietro Leopoldo il 31 marzo 1783. Se ne andarono a Firenze, passando per la via del castello, con sette muli carichi di preziosi arredi in dotazione alla chiesa. Nel maggio del 1784 il proprietario del monastero divenne Ludovico Casanova Sordi; successivamente gli ambienti verranno occupati da diverse famiglie di operai. Negli anni Ottanta è stata acquistato dal Comune che intende adibirlo a struttura museale e culturale.
Il Chiostro
Accostato con il lato maggiore al fianco meridionale della chiesa è un luogo suggestivo a pianta trapezoidale e delimita una piazzetta lastricata in pietra.
I portici sono lastricati con mattoni posti a coltello con andamento a spina di pesce e coperti da nuove volte a crociera. Al chiostro si può accedere direttamente dalla strada, scendendo da una scaletta in acciaio con pedate in legno, che conducono al piano del porticato, situato a circa un metro da quello stradale.
Il campanile
Dall'interno del convento emerge maestoso il campanile attribuito all'architetto e scultore fiorentino Bartolomeo Ammannati. Ha un largo basamento e si eleva per 29 metri. Pilastri, archi e capitelli scannellati con cornici sono lavorati a scalpello.
La Rocca
(A sud ovest del borgo, dopo S.Maria dei Miracoli, si raggiunge a piedi a 800 metri dal Borgo)
Da 355 metri su livello del mare dominano ancora i resti della poderosa rocca che sovrasta Pianetto.
Fondata dagli Abati di S.Ellero come avamposto difensivo meridionale dei territori abbaziali, venne concesso in dote nel 1209 dall'imperatore Ottone IV a Gualdrada, sposa di Guido il Vecchio, capostipite dei Guidi di Modigliana.
Caduto in possesso successivamente del Comune di Firenze, di nuovo degli abati di S.Ellero, dei Montefeltro e ancora dei Medici, rimase in territorio toscano fino alla costituzione dello Stato Italiano. Fu una specie di fortilizio da dogana per i traffici tra Galeata e S.Sofia, e tra la pianura e le vette appenniniche.
Ed è in questi traffici la ragione per cui abati, feudatari, Firenze e la stessa S.Sede si contesero il possesso del castello. Tuttora è ben identificabile la via castellare che dal borgo di Pianetto porta su al castello e scende verso Valfranca.
La stessa conformazione del complesso rende l'idea di una manufatto con due torrioni e solide porte (esattamente cinque) attraverso le quali si operavano i dovuti controlli sulle merci e sugli uomini. L'intera cinta muraria, che ha un perimetro di 334 metri ed una configurazione quadrangolare irregolare, è ancora ben solida.
Il torrione d'ingresso
Collocato nella parte sud est della fortificazione stava a difesa dell'ingresso ubicato accanto. Proprio in corrispondenza del suo perimetro c'era un grande pozzo di acqua potabile da cui viaggiatori e mercanti potevano attingere con il benevolo consenso dei castellani.
La torre mastio
Con la sua solitaria mole quadrata (10 metri di altezza e 5 metri di base) domina il fortilizio di cui occupa il centro.
Addossata ad essa si riconosce la Chiesa di S.Maria che dal 1497 iniziò a perdere d'importanza a causa dell'erezione della grande fabbrica di S.Maria dei Miracoli nel centro del borgo.
Nel 1424 giunge in Val Bidente Agnolo della Pergola, condottiero dei Visconti di Milano in lotta contro Firenze, al quale il podestà di Galeata Zanobi Del Pino consegnò la rocca senza combattere sperando di ricevere dal capitano visconteo un premio personale. Niccolò Macchiavelli così riferisce nelle sue storie fiorentine: "Agnolo ebbe a schifo la viltà del Castello di Galeata e lo fece rinchiudere in una segreta del castello di Pianetto dove morì di fame schernito dai soldati di Agnolo che da un pertugio gli lanciavano per cibo delle carte con delle bisce dipinte."
Area archeologica di Mevaníola
(A 500 metri dall'abitato di Pianetto, dalla vecchia carrabile tra Galeata e Pianetto imboccare lo stradello vicinale Canova-Basino - Si raggiunge a piedi)
Il sito, già nel 1934, venne identificato da monsignor Domenico Mambrini come l'antica Mevaníola citata da Plinio, a causa dei fortuiti ritrovamenti di alcuni frammenti musivi romani.
Fondata all'incirca tra il VII e il VI secolo a.C. dagli Umbri il suo nome deriva quasi certamente dall'umbra Mevanía, oggi Bevanía. Fino al 266 a.C. Mevaníola fu un autonomo avamposto umbro confinante con il territorio celtico tenuto dai Galli Boi, quindi divenne romana e più tardi municipio appartenente alla VI regione secondo la ripartizione augustea: i suoi abitanti votavano nella tribù Stellatina.
Ma col decadere dell'Impero decadde anche la pur floridissima città di Mevaníola che, come appare dagli scavi nel 1949 e 1951, dovette essere più volte messa a fuoco dalla orde barbariche, fino alla sua distruzione tra IV e V secolo d.C.. I primi scavi sistematici dell'area risalgono al 1948 e, con quelli effettuati in anni successivi, hanno riportato alla luce una città articolata intorno ad un ampio spazio centrale lastricato, identificabile come foro, su cui si innestavano verosimilmente tre edifici: un teatro, una basilica, della quale non rimangono tracce ed un impianto termale.
Gli scavi del 1992-93 hanno portato al rinvenimento di una necropoli romano-imperiale con tombe alla cappuccina, scheletri e corredi funerari, collocata tra il borgo di Pianetto e il Castello.
Le terme (A sud dello stradello poderale)
Rappresentano con il teatro la parte più consistente e meglio identificabile di quella che fu l'antica Mevaníola di cui testimoniano l'importanza. Collocate nella zona verso Pianetto mostrano ancora oggi la pianta di un vasto edificio rettangolare, absidato lungo il lato minore e, a nord, una tubazione in cotto che terminava a livello di una vasca posta accanto al teatro.
Qui sono state rinvenute monete, fistule in piombo ed un mosaico pavimentale, risalente al 50 a.C.
Il teatro
Si trova nella parte alta della città, costruito con mattoni a vista con tre ordini di gradinate, doveva servire anche per riunioni. Come modello è somigliante al tipo di teatro greco occidentale di età ellenistica ed è riconducibile al I secolo a.C.. Si sviluppa infatti lungo una cavea semicircolare con diametro pari a 8,50 metri.
Galeata sorge su un terrazzo fluviale, al centro di una conca sovrastata da una rupe alta e suggestiva. Qui la presenza umana risale alla preistoria, ma è probabile che i primi insediamenti siano avvenuti in seguito al movimento degli umbri, che tra VI e IV secolo a.C., pressati dai Galli Boi, si ritirarono sulle colline. Da questi spostamenti potrebbe essere nata Mevaníola, caduta poi in mano ai Romani (266 a.C.) e travolta dal crollo dell'Impero Romano d'Occidente. In seguito alla scomparsa di Mevaníola il nucleo urbano si è spostato più a valle, nel luogo dove sorge attualmente Galeata. Verso la fine del V secolo si colloca tradizionalmente l'insediamento delle due opposte comunità emblematicamente rappresentate dall'eremita Ellero e del re Teodorico. Sono gli anni della nascita e della potenza dell'abbazia fondata dal Santo Abate e soggetta alla Chiesa Ravennate e alla sfera di influenza di Firenze mentre, più a valle, prende corpo il burgus Galliatae.
All'inizio del '400 il Comune di Galeata entra a far parte della Signoria Fiorentina rimanendo all'interno del Granducato di Toscana fino al 1859. Galeata non sfugge alle contese tra i Medici e i Visconti di Milano per il controllo della Romagna, ma la vera tragedia avviene nel 1527, con la distruzione del paese ad opera dei Lanzichenecchi. Nel 1775 il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo accorpa i piccoli comuni della zona in un'unica amministrazione ubicata a Galeata. Esaurita l'esperienza francese (1796-1814), che vede la creazione delle comunità di Galeata e di S.Sofia, e successivamente del comune autonomo di S.Sofia, il territorio galeatese torna sotto la giurisdizione granducale. Anche Galeata diventa forlivese nel 1923 con la ridisegnazione dei confini fra Romagna e Toscana.
Chiesa di S.Pietro in Bosco
(Piazza Palareti - Visitabile - tel 0543-981655)
Collocata nel centro vitale del paese conserva tracce della sua originaria struttura paleocristiana. Le sue origini risalgono infatti al IV secolo ma dopo il terremoto del 1080 venne ricostruita in stile romanico e riconsacrata il 3 agosto 1180. L'avvenimento è ricordato in una lapide in cui si legge: "Dio Massimo. L'anno 1180 nell'indizione tredicesima al tempo di Alessandro papa III, di Federico imperatore (Barbarossa) fu consacrata questa Chiesa da Gherardo, Arcivescovo di Ravenna al tempo di Giovanni, abate di S.Ellero". L'epigrafe è collocata sulla facciata esterna, sul lato sinistro della porta della chiesa. La chiesa attuale con transetto absidale è in stile neogotico ricostruita agli inizi del 1900. L'interno è costituito da una unica navata, su cui si affacciano pregevoli altari in stile rinascimentale composito.
All'interno: Madonna col Bambino e i Santi, olio su tela, di scuola toscana del XVII secolo.
Annunciazione, olio su tela, di scuola toscana del XVII secolo.
Teatro Comunale
(Via Cenni - Visitabile - tel 0543/981055 o 975400)
Edificio dalle sobrie linee neoclassiche, è inserito, come molti altri, in quella parte di centro storico sventrata e poi riprogettata a partire dal 1880. Il luogo degli spettacoli, tuttavia, realizzato nell'ala sinistra dell'edificio delle scuole elementari aperto a sua volta lungo via Cenni nel 1904, fu inaugurato solo nel 1929.
Torre civica
(Via Zanetti)
Addossata al Palazzo del Podestà, la possente costruzione, punto di riferimento per chi osservi la città da lontano, fu abbattuta nel 1636, poichè per le sue condizioni minacciava di crollare, e completamente ricostruita sin dalle fondazioni. La torre culmina con un orologio, del quale si ha menzione sin dal 1613. La cella campanaria, a quattro grandi aperture centinate, è sormontata da una cupola a bulbo ricoperta da lastre disposte a squama di pesce.
Museo archeologico - Palazzo del Podestà
(via Zanetti - Visitabile - tel 0543-981648)
Sede, all'inizio del XV sec., della podesteria di Galeata (creata dalla Repubblica FIorentina) comprendeva diciannove comunelli minori. Ricostruito nel 1636, per sanare i danni inferti dal terremoto del 1584, custodisce oggi il Museo Archeologico ricco di reperti di grandissimo pregio. Sistemato dal Comune nel 1978 deve la sua spinta iniziale alla donazione effettuata da monsignor Domenico Mambrini (a cui è intitolato), storico ed archeologo galeatese, che alla sua morte, 1 dicembre 1944, lasciò alla città la sua importante raccolta archeologica, artistica e libraria, i suoi studi e i suoi libri. Sistemato su due piani, conta sette sale, un androne e un cortile. Nell'ingresso trovano spazio numerosi reperti che vanno dal VI al XII secolo, provenienti in prevalenza dall'Abbazia di S.Ellero. Nella sala A sono conservate sculture dell'Alto Medioevo; nella sala B si trovano iscrizioni romane; nella sala C sono sistemati reperti preistorici romani e preromani; nella sala D si possono vedere balsamari in vetro, lucerniere in cotto, elementi decorativi in cotto e marmo; la sala E ospita la sezione numismatica romana i cui più antichi reperti risalgono al 268 a.C.. Nel cortile sono conservati pezzi romani, altomedievali e posteriori. Lungo la scala che porta al piano superiore sono esposti dipinti e diverse didascalie di interesse storico. Al piano superiore la sala F è un ampio salone che accoglie alcuni dipinti, e mobili di rilievo; la sala G contiene la Biblioteca del Museo Civico, monete medievali e moderne, affreschi, armi varie. Da questa sala una scaletta a chiocciola porta al sottotetto dov'è sistemato l'Archivio Storico della Podesteria di Galeata. I documenti vanno dal 1500 al 1945.
Frai i ritrovamenti più importanti costuditi all'interno del museo potrete ammirare:
Bassorilievo con S.Ellero e Teodorico
Il rilievo in marmo greco riporta lo storico incontro-scontro avvenuto dopo il 502 (ma la data è materia di contenzioso tra gli studiosi) tra il re goto e l'abate, risoltosi in favore di quest'ultimo cui il sovrano concesse di allargare e consolidare il potere temporale dell'abbazia da lui fondata. Il re è raffigurato inchiodato sull'arcione poco prima che, come racconta la "Vita Hilari", il santo intervenisse per liberare cavallo e cavaliere dall'incomoda posizione nella quale erano rimasti inspiegabilmente bloccati nei pressi del recinto del monastero.
La lastra dell'abate è riconducibile all'inizio del VIII secolo, mentre quella del re è databile al XII.
Nel retro delle due lastre si trova inciso un'iscrizione in memoria dell'evento riconducibile a sua volta al XIII secolo.
Il celebre rilievo era collocato precedentemente nel luogo stesso dove si dice sia avvenuto lo storico incontro a 200 metri dall'Abazia.
Chiave votiva romana
Risale al I secolo d.C., ed è stata ritrovata nell'area di Mevaníola, simboleggiava il potere della città. Pezzo di straordinaria importanza, ha solo un altro esempio fra i ritrovamenti di età romana in Italia.
Stele di Rubria Tertulla
Lastra in marmo, II secolo d.C., trovata nella necropoli di Mevaníola. Ricorda una giovane morta a 20 anni, alla base vi è inciso un carme in cui si ricorda l'origine forlivese della giovane e sono valorizzati i legami familiari.
Bronzetto equestre
Proviene dall'area del palazzo di caccia di Teodorico e risale al VII secolo a.C.
Iside con Horus
Opera in bronzo risalente al IV secolo a.C., è un idolo egiziano rappresentante Iside con in braccio Horus.
I dintorni
Chiesa del Pantano
(A 3 chilometri dall'abitato in località Pantano. Prendere la Strada Provinciale n°24 in direzione Passo delle Cento Forche e Premilcuore e alla biforcazione prendere a destra in direzione Pantano - Visitabile su richiesta - tel 0543-981655)
Collocata in una verde e fertile pianura risale alla fine del IX secolo ed è stata costruita in perfetto stile romanico.
Dell'epoca rimane il suo pregevole portale con capitelli a foglie di acanto accartocciate.
La chiesa, erede di un convento di agostiniana memoria, venne consacrata il 23 dicembre 1295, ma il convento doveva essere ben più antico se gli anziani di Galeata nel 1654, levando un coro di proteste alla ventilata minaccia di soppressione, affermavano che contava 800 anni.
Il convento fu distrutto dal terremoto del 1661 e soppresso nel 1700. In epoca recente sulle pareti della Chiesa del Pantano sono stati rinvenuti pregevoli affreschi databili tra XIV e XV secolo, poi staccati ed esposti nel Museo Civico.
Allinterno: Madonna dell'umiltà, Affresco, con influssi giotteschi di anonimo romagnolo, dell'inizio del XIV secolo.
Dalla Chiesa del Pantano è stato trasferito nel Museo Civico Mambrini Madonna in trono con Bambino, Affresco, attribuito alla scuola del Ghirlandaio, strappato da uno dei muri della Chiesa è oggi al Museo Mambrini.
Cippo che indica il Palazzo di Teodorico
(Podere La Poderina-Saetta, via Pantano, mezzo chilometro prima della chiesa)
E' l'unico elemento che testimonia l'insediamento, sul posto, del cosiddetto Palazzo di Teodorico. Intorno al 500 d.C, il re dei goti, insediatosi a Ravenna, si recò con i suoi esperti nella zona per restaurare l'antico acquedotto traianeo, forse attratto dai boschi e dalla selvaggina, decise di farsi costruire un palazzo di caccia, di cui sono state ritrovate le fondazioni. Gli scavi del palazzo si devono alla Sovrintendenza Archeologica di Bologna a Siegfried Fuchs, direttore dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma che nel 1942 avvio gli scavi nei poderi la Poderina-Saetta. Si tratta di un rinvenimento importante in quanto assai rare sono le testimonianze che i goti lasciarono sul territorio.
Abbazia di S.Ellero
(A tre chilometri dall'abitato di Galeata imboccando la strada alla fine di via Togliatti - Visitabile la domenica, e tutti i giorni nel mese di maggio - Per altri orari tel 0543-981737 oppure 0543-981655)
Faro di vita religiosa e culturale, monumento di storia e vicende umane fu uno dei primissimi Monasteri d'Occidente e fulcro della vita sociale della Valle del Bidente. Costruita poco dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente ad opera del giovanissimo eremita Hilarius, per la sua edificazione furono utilizzati i materiali provenienti dall'antica Mevaníola collocata poco più in basso e il cui ciclo vitale si era concluso a causa del tempo e delle incursioni barbariche. Sebbene di minori dimensioni la Chiesa di S.Ellero non ebbe nulla da invidiare alle superbe chiese ravennati del tempo e con l'accrescere della potenza temporale del Papato anche la "Massa Sancti Hilari" acquisì notevole importanza ed ebbe una vasta giurisdizione territoriale, con ordinamenti propri ed anche truppe e castelli. Il sistema difensivo dell'Abbazia era costituito da tre rocche: quella di S.Sofia, quella di Civitella e il possente castello di Pianetto. Gli abati di S.Ellero si dedicarono alla preghiera, allo studio ed alle opere di pace, ma anche alle imprese militari e parteciparono alle vicende politiche della Romagna. Frequentemente contrapposti alla Chiesa ravennate per le mire costanti di quest'ultima nei confronti dei territori abbaziali, furono ad essa assoggettati il 6 ottobre 1288, per iniziativa di papa Nicolò IV. Il 30 aprile 1279 del resto, un violento terremoto aveva distrutto il monastero, che era poi risorto, ma non più nella splendente bellezza di un tempo. Dal 1404 infatti l'Abbazia iniziò ad essere governata da alcuni abati attraverso i propri vicari e l'11 marzo 1438, su istanza dell'allora priore generale di Camaldoli Ambrogio Traversari, papa Eugenio IV consegnò l'Abbazia ai Camaldolesi. Tuttavia nel 1496, dopo il ritrovamento fortuito delle reliquie del Santo Abate la decadente chiesa abbaziale fu rifabbricata e furono indette solennissime feste. Nel 1520 all'abbazia galeatese fu associata quella di S.Maria in Cosmedin di Isola e per altri 200 anni fu al centro di importanti vicissitudini, fino a quando, nel 1785, entrò a far parte del Granducato di Toscana. Il granduca Pietro Leopoldo, infatti, propose ed ottenne la soppressione del "Nullius" con bolla di papa Pio VI il 23 marzo 1785. Le parrocchie dell'abbazia passarono in parte alla Diocesi di Bertinoro e in prevalenza a quelle di S. Sepolcro i cui vescovi assunsero il titolo di grandi abati perpetui di S.Ellero.
L'attuale conformazione della chiesa, per quanto modificata più volte sia internamente che esternamente, può essere considerata originaria. Sono di certo antecedenti al Mille la due porticciuole laterali, il rudere della torre collocato sul lato sinistro (forse un campanile o una torre di difesa) e la stessa facciata. Del monastero vero e proprio e del chiostro non restano che vaghe tracce. Originariamente fu certamente di stile bizantino, venne poi ricostruita tra X e XI secolo secondo le forme della predominante arte romanica, mentre nel XVIII secolo buona parte dell'interno fu adattata al gusto barocco del tempo. Il ripristino del millenario monumento galeatese, nel rispetto delle sue parti originarie, è stato nuovamente attuato negli anni '50.
L'urna di S.Ellero
Collocata nella cripta, sotto il presbiterio, è costituita da un blocco calcareo risalente al periodo carolingio (VII e VIII secolo).
Le reliquie del santo vi furono collocate in periodo successivo essendo state rinvenute fortuitamente dopo che erano rimaste sepolte nei crolli dei vari terremoti che tormentarono la zona. Dietro all'urna funeraria è collocata la piccola cella di S.Ellero, meta di continui pellegrinaggi.
" Il buco"
Posto sulla volta della cripta, secondo la tradizione popolare, grazie all'influsso taumaturgico del santo, farebbe passare il mal di testa a chiunque vi introduca il capo e si porga alla benedizione di S.Ellero.
S.Ellero
Hilario, denominato Ilario a Lugo e chiamato qui Ellero, nato in Tuscia nel 476 d.C., giunse a Galeata giovanissimo (secondo la tradizione agiografica attraversò gli Appennini ad appena 12 anni) e scelse come dimora e luogo di meditazione eremitica l'eremo sul monte che fronteggia la rupe dalla sponda sinistra del Bidente. Raccolto intorno a sè un gruppo di confratelli, nel 497 d.C. iniziò con essi a costruire l'abbazia che porterà il suo nome e che diventerà così importante da avere sotto la sua giurisdizione 40 parrocchie disseminate nell'Appennino.
Ellero morì presso il cenobio da lui fondato il 15 maggio 558 all'età di 82 anni. Al santo abate, a cui la fede popolare attribuisce poteri taumaturgici contro il mal di testa e il mal di schiena, i galeatesi hanno dedicato il mese di maggio, nel corso del quale si svolgono feste e celebrazioni religiose.
Via Crucis per S.Ellero
(Lunga 2 chilometri, si imbocca a monte del vecchio campo sportivo)
E' il più antico percorso per arrivare all'Abbazia di S.Ellero alla quale si giunge lungo il pendio attraverso una serie di tornanti.
Adornata dall'inizio del secolo, per iniziativa delle facoltose famiglie galeatesi dell'epoca, delle tradizionale cellette della Via Crucis all'interno delle quali furono posti quadretti di ceramica policroma, divenne sempre più un percorso liturgico.
Solo alcune delle cellette, tuttavia, sono conservate nelle forma originaria, le altre necessitano di restauri.
Transitando lungo la mulattiera, in prossimità dell'Abbazia si trova la colonnina che ricorda il luogo d'incontro tra il Santo e Teodorico.
Dall'VIII stazione si gode una suggestiva vista panoramica verso Galeata e Pianetto.
Borgo Pianetto
(A 1 chilometro da Galeata in direzione S.Sofia)
Piccolo paese sviluppatosi in epoca medievale lungo l'antica strada castellare è posto sul declivio del monte e fino agli anni '20 costituì l'unico percorso di viabilità pedemontana in direzione nord-sud. L'insediamento urbano è costituito prevalentemente da una edilizia sei-settecentesca. Con l'apertura della via Bidentina ha assunto un aspetto quieto e raccolto attorno al rinascimentale complesso claustrale.
Chiesa di S.Maria dei Miracoli
(Via Borgo Pianetto - Visitabile - tel 0543-981519 oppure 981655)
Fu edificata nel 1497, in seguito al pianto miracoloso di un'immagine della Vergine, su decreto di erezione del camaldolese Sebastiano Fabbri abate di S.Ellero e Vescovo di Melitene.
La facciata, oggetto insieme alla chiesa di un restauro conservativo avvenuto nel 1994, si presenta secondo sobrie linee compositive di chiara impronta rinascimentale. La parte inferiore della facciata della chiesa riporta numerose scritte incise sulla pietra, tra esse emerge quella che ricorda il passaggio del Borbone e dei Lanzichenecchi nel 1527, situata a sinistra del portale. All'interno la chiesa si presenta ad una sola navata, larga 9 metri ed alta 10. Su ambo i lati sono collocate cinque edicole realizzate in arenaria grigio-verde contenenti ciascuna una pala d'altare collegata all'iconografia mariana. L'abside è esagonale e si stacca dalla navata con due pilastri culminanti in due capitelli di rara bellezza su cui poggia l'arco trionfale circolare nel cui intradosso sono scolpiti raffinati rosoni. Tutte le parti dell'abside sono scolpite in pietra serena.
All'interno sono costuditi pregievoli opere come:
Madonna in trono con il Bambino e i Santi
Tavoletta votiva collocabile tra XIV e XV secolo proveniente dalla casa di Cione di Francesco ubicata un tempo dove sorge oggi la Chiesa di S.Maria dei Miracoli. Raffigura al centro la S.S.Vergine con il Bambino in trono con al lato destro Santa Caterina d'Alessandria, San Giovanni Battista e San Pietro Apostolo; a sinistra sono Sant'Antonio Abate e San Bartolomeo.
Al dipinto è legato il fatto miracoloso che diede impulso alla costruzione della chiesa: il pianto della Vergine avvenuto il 5 agosto 1497, avvenimento che diede avvio a grandi manifestazioni di devozione.
La venerazione continua ancora oggi con una festa che ricorre l'8 settembre.
La tavoletta, opera di un modesto artista locale, è collocata nel tempietto votivo del 1534 dedicato alla Madonna. Il tempietto, solenne e maestoso sorge nella parte centrale della navata su quattro colonne con capitelli corinzi. Fu fatto decorare nel 1748 da due coniugi miracolosamente guariti dalla lebbra.
Visitazione, olio su tela, dipinto dal pittore fiammimgo Giovanni Stradano nel 1599.
Opera di grande valore rende merito alla fama dell'artista.
Si tratta di un dipinto singolare nel quale lo Stradano ha mostrato la Madonna ed Elisabetta ambedue incinte, unico esempio del genere oltre alla Madonna del Parto di Piero della Francesca.
Il quadro fu commissionato da un sacerdote originario di Pianetto mentre era pievano in un paese vicino a Siena per donarlo al suo paese d'origine.
L'Annunciazione e i Santi, Affresco, (altare della famiglia Angeloni di Galeata, 1542) dipinto da un anonimo toscano del 1527, mediato da influssi marchigiani e scoperto nel 1714 sotto un quadro andato distrutto. L'affresco raffigura S.Giovanni Battista al centro tra i Santi Caterina a sinistra e S.Antonio Abate a destra. L'Annunciazione è posta sulla lunetta a coronamento dell'affresco. E al centro della predella è raffigurata la decollazione del Battista. Gli inserimenti dei personaggi nell'affresco rendono di fatto mariana tutta la composizione che si origina dall'Annuncio per essere conclamata dal Battista, il quale per aver annunciato questo mistero subisce il martirio.
Deposizione dalla Croce, Affresco anonimo del XVI secolo, ambito toscano mediato da influssi marchigiani.
S.Giuseppe da Copertino, olio su tela dell'artista bolognese G. Ghedini, 1759.
S.S. Agostino, Bonaventura e Chiara, olio su tela, di scuola emiliana del pittore bolognese G.Ghedini, XVIII secolo.
Crocifissione, olio su tela, di anonimo del XVIII secolo, ambito emiliano.
Assunzione della Vergine, olio su tela, 1596, realizzato dal pittore romagnolo M. Confortini.
Nascita della Vergine, Affresco, dipinto da un anonimo del XVI secolo scoperto nel 1931 sotto l'affresco raffigurante S.Antonio e la Vergine.
Convento dei Frati Minori Conventuali
(Via Borgo Pianetto - Visitabile solo il chiostro - Tel 0543-985025)
Addossato alla Chiesa di S.Maria dei Miracoli fu costruito nel 1497 insieme ad essa. Edificio assai vasto composto da due ordini di vani sovrapposti, è stata recentemente restaurato. Presso Pianetto si insegnò teologia per i chierici della diocesi nullius ilariana. Dalle cronache (1573) apprendiamo che fu abitato da monaci irrequieti e, come testimoniano alcuni rimproveri scritti, anche poco ben visti dalla popolazione. I conventuali pianettesi vivevano di elemosine e di modeste rendite e lasciarono il monastero il 28 ottobre del 1803 in seguito al decreto di soppressione emanato da Pietro Leopoldo il 31 marzo 1783. Se ne andarono a Firenze, passando per la via del castello, con sette muli carichi di preziosi arredi in dotazione alla chiesa. Nel maggio del 1784 il proprietario del monastero divenne Ludovico Casanova Sordi; successivamente gli ambienti verranno occupati da diverse famiglie di operai. Negli anni Ottanta è stata acquistato dal Comune che intende adibirlo a struttura museale e culturale.
Il Chiostro
Accostato con il lato maggiore al fianco meridionale della chiesa è un luogo suggestivo a pianta trapezoidale e delimita una piazzetta lastricata in pietra.
I portici sono lastricati con mattoni posti a coltello con andamento a spina di pesce e coperti da nuove volte a crociera. Al chiostro si può accedere direttamente dalla strada, scendendo da una scaletta in acciaio con pedate in legno, che conducono al piano del porticato, situato a circa un metro da quello stradale.
Il campanile
Dall'interno del convento emerge maestoso il campanile attribuito all'architetto e scultore fiorentino Bartolomeo Ammannati. Ha un largo basamento e si eleva per 29 metri. Pilastri, archi e capitelli scannellati con cornici sono lavorati a scalpello.
La Rocca
(A sud ovest del borgo, dopo S.Maria dei Miracoli, si raggiunge a piedi a 800 metri dal Borgo)
Da 355 metri su livello del mare dominano ancora i resti della poderosa rocca che sovrasta Pianetto.
Fondata dagli Abati di S.Ellero come avamposto difensivo meridionale dei territori abbaziali, venne concesso in dote nel 1209 dall'imperatore Ottone IV a Gualdrada, sposa di Guido il Vecchio, capostipite dei Guidi di Modigliana.
Caduto in possesso successivamente del Comune di Firenze, di nuovo degli abati di S.Ellero, dei Montefeltro e ancora dei Medici, rimase in territorio toscano fino alla costituzione dello Stato Italiano. Fu una specie di fortilizio da dogana per i traffici tra Galeata e S.Sofia, e tra la pianura e le vette appenniniche.
Ed è in questi traffici la ragione per cui abati, feudatari, Firenze e la stessa S.Sede si contesero il possesso del castello. Tuttora è ben identificabile la via castellare che dal borgo di Pianetto porta su al castello e scende verso Valfranca.
La stessa conformazione del complesso rende l'idea di una manufatto con due torrioni e solide porte (esattamente cinque) attraverso le quali si operavano i dovuti controlli sulle merci e sugli uomini. L'intera cinta muraria, che ha un perimetro di 334 metri ed una configurazione quadrangolare irregolare, è ancora ben solida.
Il torrione d'ingresso
Collocato nella parte sud est della fortificazione stava a difesa dell'ingresso ubicato accanto. Proprio in corrispondenza del suo perimetro c'era un grande pozzo di acqua potabile da cui viaggiatori e mercanti potevano attingere con il benevolo consenso dei castellani.
La torre mastio
Con la sua solitaria mole quadrata (10 metri di altezza e 5 metri di base) domina il fortilizio di cui occupa il centro.
Addossata ad essa si riconosce la Chiesa di S.Maria che dal 1497 iniziò a perdere d'importanza a causa dell'erezione della grande fabbrica di S.Maria dei Miracoli nel centro del borgo.
Nel 1424 giunge in Val Bidente Agnolo della Pergola, condottiero dei Visconti di Milano in lotta contro Firenze, al quale il podestà di Galeata Zanobi Del Pino consegnò la rocca senza combattere sperando di ricevere dal capitano visconteo un premio personale. Niccolò Macchiavelli così riferisce nelle sue storie fiorentine: "Agnolo ebbe a schifo la viltà del Castello di Galeata e lo fece rinchiudere in una segreta del castello di Pianetto dove morì di fame schernito dai soldati di Agnolo che da un pertugio gli lanciavano per cibo delle carte con delle bisce dipinte."
Area archeologica di Mevaníola
(A 500 metri dall'abitato di Pianetto, dalla vecchia carrabile tra Galeata e Pianetto imboccare lo stradello vicinale Canova-Basino - Si raggiunge a piedi)
Il sito, già nel 1934, venne identificato da monsignor Domenico Mambrini come l'antica Mevaníola citata da Plinio, a causa dei fortuiti ritrovamenti di alcuni frammenti musivi romani.
Fondata all'incirca tra il VII e il VI secolo a.C. dagli Umbri il suo nome deriva quasi certamente dall'umbra Mevanía, oggi Bevanía. Fino al 266 a.C. Mevaníola fu un autonomo avamposto umbro confinante con il territorio celtico tenuto dai Galli Boi, quindi divenne romana e più tardi municipio appartenente alla VI regione secondo la ripartizione augustea: i suoi abitanti votavano nella tribù Stellatina.
Ma col decadere dell'Impero decadde anche la pur floridissima città di Mevaníola che, come appare dagli scavi nel 1949 e 1951, dovette essere più volte messa a fuoco dalla orde barbariche, fino alla sua distruzione tra IV e V secolo d.C.. I primi scavi sistematici dell'area risalgono al 1948 e, con quelli effettuati in anni successivi, hanno riportato alla luce una città articolata intorno ad un ampio spazio centrale lastricato, identificabile come foro, su cui si innestavano verosimilmente tre edifici: un teatro, una basilica, della quale non rimangono tracce ed un impianto termale.
Gli scavi del 1992-93 hanno portato al rinvenimento di una necropoli romano-imperiale con tombe alla cappuccina, scheletri e corredi funerari, collocata tra il borgo di Pianetto e il Castello.
Le terme (A sud dello stradello poderale)
Rappresentano con il teatro la parte più consistente e meglio identificabile di quella che fu l'antica Mevaníola di cui testimoniano l'importanza. Collocate nella zona verso Pianetto mostrano ancora oggi la pianta di un vasto edificio rettangolare, absidato lungo il lato minore e, a nord, una tubazione in cotto che terminava a livello di una vasca posta accanto al teatro.
Qui sono state rinvenute monete, fistule in piombo ed un mosaico pavimentale, risalente al 50 a.C.
Il teatro
Si trova nella parte alta della città, costruito con mattoni a vista con tre ordini di gradinate, doveva servire anche per riunioni. Come modello è somigliante al tipo di teatro greco occidentale di età ellenistica ed è riconducibile al I secolo a.C.. Si sviluppa infatti lungo una cavea semicircolare con diametro pari a 8,50 metri.
